Aspettare il cambiamento o CREARE il cambiamento: riflessioni sulla moda plus size

Un paio di giorni fa mi sono imbattuta in questo articolo di Kara Brown su Jezebel: No, Plus-Size Women Are Not the Problem With Plus-Size Fashion (No, il problema con la moda Plus Size non sono le donne Plus Size).
Questo articolo risponde alla domanda posta da un altro articolo (di fashionista.com): ‘Are plus-size women the problem with plus-size fashion?‘. Ho trovato gli spunti e le conclusioni molto interessanti e vorrei condividerlo con voi e discuterne ma, dato che non tutti masticate l’inglese, ho pensato di riassumervelo anche in italiano.

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isaac-mizrahi-about-plus-size-fashion-morbidalavita-blog-blogger-curvy-italia-italiana-italyOgni volta che si parla di moda plus size, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, si arriva (quasi) sempre a una considerazione: la moda plus size non andrebbe ghettizzata, gestita separatamente. No, la moda dovrebbe riguardare tutti. E i brand dovrebbero semplicemente produrre gli stessi abiti in tutte le taglie. La pensa così Isaac Mizrahi (in foto), che dice di apprezzare moltissimo la scelta di QVC di realizzare ogni articolo in taglie dalla XXS alla XXXL (articolo originale qui).

Avendo sempre pensato anch’io che la moda oltre la taglia 46 non dovesse essere prerogativa di negozi specializzati, ma che andasse – piuttosto – ampliata la gamma taglie dei negozi ‘regular’, mi sono trovata molto in difficoltà quando, finito di leggere l’articolo, il mio punto di vista è cambiato.

Ma andiamo con ordine: l’articolo su fashionista.com si interroga sui ‘bachi’ del mercato plus size e cita la blogger (e commessa) plus size Sarah Conley, la quale racconta che, spesso, i marchi conducono degli esperimenti – quando tentano di assecondare le richieste del loro ‘pubblico’ – per verificare, dati alla mano, cosa accada seguendo una strategia di comunicazione piuttosto che un’altra (nello specifico: ‘cari brand, vogliamo vedere gli abiti plus size indossati da donne realmente plus size, non da bombe sexy di un metro e ottantacinque’). Ebbene, la Conley dice che un brand, dopo aver mostrato sul proprio sito gli stessi abiti in taglia 8 (US – cioè una 46 italiana) e in taglia 14 (US – cioè una 52 italiana), ha potuto verificare che la modella taglia 8 vendeva sempre di più.

As much as we think we want to see people who look like us, it’s not really showing through in customer behavior, which is really unfortunate,” she explains. “I think that people who say they want to see a more diverse group of women, whether it’s body shape or size, they’re not always following those wishes and demands with their credit cards. – Sarah Conley

Diciamo di volerci vedere rappresentate da modelle plus size, ma questi desideri non si rispecchiano nei nostri effettivi acquisti, questa sarebbe la sostanza. La blogger dice anche, a proposito del desiderio di vedere realizzati capi d’alta moda in taglie plus, che le donne americane (specifico americane perché, in Italia, il discorso – secondo me – cambia ulteriormente) dovrebbero smettere di spendere soldi per acquistare, a buon mercato, abiti che non incontrano i loro gusti e cercare, invece, invogliare i grandi marchi ad estendere il range di taglie, soprattutto incoraggiando eventuali passo avanti con i propri acquisti. Il problema, dunque, sarebbe che noi donne dalla taglia abbondante abbiamo le idee confuse, non sappiamo bene cosa vogliamo, gridiamo di voler cambiare le cose ma non siamo d’aiuto.

Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, perché vogliamo a tutti i costi che i grandi nomi della moda inizino a produrre abiti nelle nostre taglie, quando esistono stilisti che si occupano solo ed esclusivamente di noi e non vengono in alcun modo incoraggiati. E se lo chiede anche la blogger Nicolette Mason, che considera uno spreco di tempo e risorse aspettare che i grandi marchi si occupino di moda plus size, quando ci sono tanti talenti motivati e appassionati e che, magari, hanno iniziato a disegnare abiti plus size a causa del proprio vissuto.

Torniamo dunque all’articolo della Brown su Jezebel (sì, lo so, è un groviglio infinito di articoli, che peraltro vi consiglierei di leggere TUTTI) e alla sua conclusione.

Encouraging plus-size women to carve out their own spaces and not rely on the mainstream to represent and cater to them is certainly one tactic. It is similar to the mission behind magazines like Essence for the black community.

Incoraggiare le donne plus size a ritagliarsi il proprio spazio e non fare affidamento sulle tendenze dominanti è senza dubbio una tattica. È più o meno quello che fanno riviste come Essence per la comunità nera.
È un po’ quello che facciamo aprendo blog come questo, o fondando riviste come Donne con le CURVE. Creiamo un’alternativa. D’accordo, ci sarà sempre chi vedrà queste iniziative come una forma di auto-ghettizzazione ma, lettori, freniamo un attimo e pensiamoci su: è assolutamente naturale il fatto che ciascuna sottocultura si preoccupi delle proprie necessità, così come è normale che esistano delle specializzazioni in tutte le cose. Dire che la moda dev’essere una e una sola e abbracciare tutte le taglie e le diversità fisiche, da un certo punto di vista, è come dire che la cucina dev’essere una e una sola e ogni ristorante deve proporre piatti di tutto il mondo. Se così fosse, la qualità dei suddetti piatti sarebbe ridicola. Bisogna rendersi conto che, così come un cuoco italiano saprà cucinare piatti della cucina italiana meglio di un cuoco – che so – neozelandese, uno stilista specializzato in taglie plus avrà una preparazione che gli consentirà di vestire una donna plus molto meglio di uno stilista specializzato in moda skinny.

Sto ancora riflettendo e la questione va senz’altro dibattuta con calma, ma sento che molti dei miei punti di vista, in seguito a questa pappardella (che spero vi appassioni, per quanto lunga, più che annoiarvi), stanno mutando.

Adesso, ovviamente, sono curiosa di leggere le vostre opinioni.

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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)

  • Anna Laura Uistitì

    Ho sempre pensato anch’io che sarebbe bellissimo se la moda facesse abiti per tutte le taglie ci sarebbe più scelta e si potrebbe comprare in tutti i negozi, adesso però con questo articolo mi hai fatto molto riflettere… E se quei capi poi non ci stessero cosi bene, e se in effetti gli stilisti plus size sono bravissimi a fare dei vestiti adatti a noi cosa c’è di male nella cosiddetta ghettizzazione? In effetti dovremmo sentirci quasi lusingate dal fatto che vi siano persone che fanno questo solo per noi…. Grazie Giorgia per farci riflettere su questi temi! Bacio

  • Emanuela

    Che brutta parola “ghettizzazione”, in sociologia politica si parla di: “azioni positive”, cioè fare delle scelte che possano offrire opportunitá nuove a chi é svantaggiato, tipo le famose quote rosa o nell’America di un po’ di anni fa, la quota riservata ai ragazzi di colore nelle universitá!
    Per qualcuno era un favoritismo ma per chi ne usufruiva era un’opportunità insperata che apriva strade nuove; non tutti partiamo dalle stesse basi e non a tutti vengono offerte le stesse possibilità di cambiamento, analogamente non tutte le donne indossano la 42 e ancor peggio non tutti i vestiti pensati per una 42 hanno un senso indossati da una 52.
    Per intenderci, una BelenRodigruez starebbe bene anche con una tovaglietta da thè, ma se io allargo la tovaglietta da thè e la faccio diventare un tendone da circo …. Di sicuro non starò bene!
    Ecco perchè un vestiario pensato nello specifico per un settore di persone con esigenze specifiche ha, a mio avviso, una marcia in più. Offre un’opportunità di scelta fra colori, modelli, tessuti, a chi un’opportunità di scelta non l’aveva mai avuta.

  • Martina

    Complimeni per l’articolo, tanti spunti di riflessione! 🙂
    Personalmente, continuo a pensare che l’ampliamento delle taglie dei negozi regular alle taglie sopra la 46/48 sia un fatto solo ed esclusivamente positivo, altamente auspicabile.
    Il quesito che ci si pone, se non sia meglio godere di stilisti che si occupano esclusivamente di donne curvy piuttosto che sperare che i marchi già esistenti amplino le loro taglie, trovo sia un pochino fuorviante.
    Pensare, a priori, che uno stilista curvy sappia vestire meglio una donna di un marchio “misto” non ha, per me, senso. Faccio un esempio per cercare di spiegarmi meglio.
    Sarebbe come dire che Zara, che tradizionalmente si occupa di moda donna, non dovrebbe avere un reparto uomo, o un reparto kids. Che sarebbe meglio comprare vestiti da bambino da chi i vestiti da bambino li sa fare, da chi li fa per passione, magari per un vissuto personale, o comunque premiare con il nostro acquisto chi fa esclusivamente abiti under 12. Paradossale, no?
    Il punto è, qui, che non si tratta di metterci tutte lo stesso tubino, dalla taglia 38 alle 56 (se è per quello, lo stesso tubino non donerà nemmeno allo stesso modo a due ragazze stessa taglia con conformazioni fisiche diverse!), ma di avere la possibilità di scegliere. Di ampliare il più possibile l’offerta.
    E si tratta, soprattutto, di sciogliere una volta per tutte quell’odioso confine mentale che fa di una taglia 46 una donna normale e di una taglia 50 un essere anomalo, tremendo, che deve correre a cercare abiti in posti misteriosi o a lei “riservati”.
    Ben vengano i marchi specializzati curvy – ci macherebbe! – ma la vera rivoluzione coinciderà, per me, con l’ampliamento delle taglie. Significherà, finalmente, che il corpo femminile sarà vestito e apprezzato in tutte le taglie e le meravigliose sfumature che la natura ci offre.

  • Rossana Damiani

    Perché non possiamo avere tutte e due le cose?
    Perché se una taglia 42-44 entra da Oltre o da Fiorella Rubino (per dire) trova la sua taglia, mentre se io entro da Zara o da Mango o da Promod non trovo una 50?
    Secondo me ci sono marchi che potrebbero tranquillamente ampliare la gamma delle taglie senza che questo comporti dover inserire modelli diversi o modificare il mood delle collezioni. Se poi il capo XXL o XXXL non mi sta bene non lo prendo, ma se non c’è la mia taglia non posso neanche provarlo….
    Poi il fatto di avere marchi dedicati può essere sicuramente un vantaggio ma dovrebbe costituire a mio parere un ampliamento della scelta e non, come di fatto è, una riduzione.

  • Elisa

    Io sono d’accordo con l’idea che stilisti specializzati possano meglio vestire un corpo plus. Lavoro nell’ambiente e vi possi dire che non è facile fare un modello per taglia forte che non sia solo un sacco. Ma allora che osino di più in creatività, offerta e in qualità senza per questo sparare prezzi da capogiro. Mediamente le taglie plus costano di più senza però offrire di più

  • Giuseppe

    Io mi trovo d’accordo con Martina. La specializzazione è, a mio avviso, un fatto positivo. Esiste in tutti i campi: la matematica, le scienze, l’arte. Specializzare, però, non significa creare una nicchia, dove un abito costa due o tre volte di più perché è fatto proprio per te. Chiedere agli stilisti di espandere le proprie collezioni significa far diventare normale qualcosa che adesso non è. Indossare la taglia 50 è normale.
    Mi è venuto in mente il film We want sex, dove il giovane (e ingenuo) marito della protagonista le dice: “Io ti rispetto, non ti ho mai picchiata”. La risposta non per tutti è ovvia: “Non picchiare una donna è normale”. Non fraintendetemi, non voglio fare filosofia sull’esistenza di una normalità più normale di un’altra. Però se uno stilista mi dice: “Guarda come ti voglio bene, io ti penso, questo abito l’ho fatto per te”, devo davvero dirgli grazie?

  • nonsonoungrissino

    In linea di principio forse è vero che sarenne “giusto” che chi ha una taglia dalla 50 in su trovasse qualcosa in ogni negozio. Ma secondo me in realtà ciò non sarebbe possibile. Ho portato anche io una 50, 52 (in realtà anche 54), e siamo onesti, il modello creato per vestire una 40, a una 52 non sta bene. Mentre (mannaggia!) a una taglia 40 sta bene praticamente tutto! Non è questione di ghettizzare, è questione che anche chi non è uno scheletrino ha diritto ad indossare capi che calzano bene, e quindi bene venga la specializzazione. Personalmente non me ne faccio molto di trovare la mia taglia in tutti i negozi, se poi quando mi provo qualcosa mi sta malissimo.
    Quello che a me non sembra giusto è dover scegliere tra vestirmi come un sacco e spendere un capitale. Perchè davvero non trovo motivi per cui un capo “over size” debba costare di più.

  • sempreinmezzo

    Felice di essere approdata su questo Blog… vi scrivo la mia da taglia 46 piena che ha sempre detestato fare shopping (perchè trova pochissimo in cui si senta a proprio agio). A 33 anni e 164 cm di altezza mi ritrovo nel mezzo di tutto (mezzo del cammin di nostra vita e pare che sia anche in piena media di altezza e di altre misure…) e invece no!!1 voglio sfatare il mito che la virtù stia nel mezzo!!! io porto una 46 e nella mia vita non sono mai stata sotto la 44, ho il seno prosperoso (uso taglie differenziate taglia 3 coppa E), e sono arrivata max a 48… Essere a metà tra plus size e normal size…non serve a niente! trovare la 46 nei negozi che fanno tagli per skiny non aggiunge niente anzi ti fa sentire “brutta e fuori posto quasi sempre” e nei negozi dedicati al plus size le cose mi vanno larghe e non rendono quasi mai giustizia alle mie curve! Sono riuscita a trovare delle camicie che rendessero giustizia al mio seno e alla mia vita e ai miei fianchi solo andando dal sarto e facendole fare su misura! e in generale ho lo stesso problema con gli abiti e i pantaloni. Il punto È che la moda al di la delle dimensioni dei capi (taglia) non tiene conto delle CURVE (vere) nei TAGLI e nei Tessuti…e parlo della moda “economica”, per tutti i giorni, che dia la possibilità di cambiare senza spendere un patrimonio, sentendoti femminile, e non un cotechino…perché i pantaloni stretti alla caviglia, a vita bassa e fascianti e i “toppini” t.shirt, bluse che non hanno tagli e riprese per il seno stanno bene solo a quelle senza fianchi e senza seno… Certo che ci vogliono specializzazione, fantasia e rispetto del corpo femminile, non siamo tutte uguali…e la moda invece ci vorrebbe tutte uniformi per rendere il processo produttivo più “semplice”. È più facile far passare il messaggio che siano le individualità sbagliate piuttosto che creare una varietà che accontenti tutte… Un abbraccio da chi sta nel Mezzo… 🙂

  • alessandra

    La questione è spinosa! Condivido tutte le peplessità e i dubbi che ho letto fino ad ora. A un certo punto, però, mi è sorto un altro dubbio: ma non è che il dubbio/paura che i modelli taglie mignon non ci stiano bene nasconde solo la paura di cambiare e di uscire da quella condizione di “anormalità” in cui ci hanno sempre abituato a vivere? Mi riferisco alle solite frasi delle commesse che con aria o di compatimento o sprezzante ti dicono che quelle taglie non le hanno e grazie alle quali forse siamo noi ad esserci mentalmente auto-ghettizzate. Qualche mese fa una commessa di negozio specializzato, a cui esprimevo il mio rincrescimento per la presenza di abiti poco fantasiosi e un po’ anonimi, mi rispose che quello che vendevano corrispondeva a ciò che cercavano le clienti e che stavano tentando di inserire cose più vivaci ma sarebbe occorso tempo perchè fossero apprezzate. Cosi come mi è piaciuta molto la considerazione che lo stesso tubino taglia 40 non donerà allo stesso modo a persone con conformazioni fisiche diverse, penso anche che non tutte le donne curvy hanno conformazioni uguali e soprattutto gusti uguali e quindi quello che io penso mi stia bene può non piacere ad un’altra persona con la mia taglia 54/56. Insomma alla fine perchè non avere per le taglie curvy la stessa quantità di scelta che per tutte le altre taglie? E quindi chi sa fare abiti li faccia!

  • federica

    ero una taglia 50, sono passata dopo una dieta a una taglia 44 e ora, dopo la gravidanza sono tornata ad indossare una 46/48. in tutte queste variazioni di peso, la mia figura è rimasta “curvy”, morbida, formosa e mi sono accorta che, anche se con meno kili addosso potevo comprare nei negozi regular, raramente trovavo capi adatti a me, al mio seno comunque sempre abbondante, alle mie cosce e polpacci importanti. I negozi plus realizzano capi studiati per valorizzare forme morbide, i designer hanno esperienza proprio in questo e ci propongono tagli studiati, non solo quei pezzi che al momento sono di gran moda ma adatti solo alle modelle dei cataloghi e ai manichini tg 38. Continuo ad acquistare spesso e volentieri in negozi e siti plus size anche se potrei entrare nelle taglie di zara, promod, h&m e simili, proprio perchè penso che conviene cercare quello che ci sta bene addosso e ci possiamo permettere economicamente, piuttosto che quello che indossano tutte.