Il coraggio di tornare in gioco

Un aspetto tremendo, forse il più crudele, del considerarsi ‘sbagliate’ è che in qualche modo ci si autoesclude. Sarà successo anche a te. Forse ne hai coscienza, forse no.

È quella cosa che fai quando sogni ad occhi aperti e ti proietti col pensiero in una vita diversa, in un successo lavorativo, per poi interromperti bruscamente pensando ‘ma chi, io? Ma va! Non succederà mai’.

Ti dici così perché pensi che ti manchi qualcosa, pensi che certi traguardi non siano per te, perché tu non soddisfi i requisiti. Ma, ogni volta che lo fai, stai semplicemente ritirando la tua iscrizione a un metaforico concorso. Ti stai tirando fuori da sola, stai autonomamente decidendo di non avere le carte in regola o il diritto a prendere parte al gioco.
E lo fai, e lo rifai, ed è un processo talmente tanto automatico che, se non ti sei mai fermata a rifletterci su, forse adesso ti sono un po’ antipatica.
Beh, ma non sei sola, chiariamoci subito: lo facciamo tutti, lo faccio anch’io che elaboro teorie e riflessioni sulla crescita personale tutto il tempo! Appena mi distraggo un attimo… zac! L’ho fatto ancora.

Giorgia, potresti assumerti questa responsabilità? Potresti fare questo lavoro? Certo, potrei. Parto subito immaginando la soddisfazione del successo, il compito portato a termine, la crescita. Ma aspetta un momento: e se non andasse bene? E se fallissi? Non sono poi così preparata, non ho poi tutta questa esperienza, rischio di combinare un guaio. No, forse non posso. No, decisamente non posso. Non sono all’altezza.

Quando mi risveglio da certi stati in cui ‘galleggio’ tra un pensiero negativo e uno apatico, tra un ‘non mi riesce’ e un ‘non ne ho voglia’, e rivaluto le mie azioni, mi prenderei a cazzotti.
Sono sicurissima che capiti anche a te.
Più pretendi da te stessa, più sei cosciente, più hai senso critico, più questo genere di rinuncia è in agguato.

Cosa si può fare?
Guardati intorno. Osserva. Comincia a scoprire la realtà delle cose, e cioè che non vivi in un mondo in cui i bravi fanno e i meno bravi sono in stand-by. Non è così. A questo mondo fanno due tipi di persone: i non curanti e i coraggiosi. I non curanti sono quelli che non si sono mai posti il problema, non sentono la pressione, non si sottopongono a costante e feroce autocritica, ma spesso non sono affatto ‘bravi’. Eppure vanno avanti. I coraggiosi sono quelli che fanno una fatica enorme a decidere di combattere, di partecipare alla partita e mettersi alla prova, e hanno continui ripensamenti e crisi; per loro non sarà mai facile, ma non vogliono arrendersi, non vogliono autoescludersi.

Il ‘coraggioso’ non nasce forte e determinato, altrimenti non gli servirebbe alcun coraggio, non ti pare? Il coraggioso è quello che puoi essere anche tu, facendo un respiro profondo e decidendo di rientrare in partita.

E continuando a prendere questa decisione ogni volta che devi. Anche ogni giorno.

English

The courage to get back in the game.

An awful and maybe the cruelest aspect of considering yourself “wrong” is that somehow you leave yourself out. It may happened to you. Maybe you know it, maybe you don’t.

It’s that thing that you do when you daydream and you project yourself in a different life, in a work’s success, and then…you brusquely wake up thinking: “Who, me? Oh, come on please! It will never happen”.

You say so ‘cause you think you’re incomplete, that some goals are not for you, that you aren’t adequate. But, every single time you do so, you’re simply procrastinating your registration to a metaphorical contest. You’re bailing out yourself, you’re independently choosing that you don’t have what it takes or the right to be IN the game.

And you do it, again and again. It’s a process sooo mechanical that, if you’ve never stop and think about it, right now you may see me a little unpleasant.

Well, you’re not the only one, let’s be clear on this: we ALL do it, I do it, even though I spend many time thinking about theories and considerations regarding personal growth. As soon as I get distracted…boom! I did it again.

Giorgia, could you take this responsibility? Could you do this job? Sure, I could. I start picturing the satisfaction of the success, the job done, the growth. But, wait a sec: what if it doesn’t go well? What if I fail? I’m not so good at it, I’m not so experienced, I may jeopardize it. No, maybe I can’t. No, definitely I can’t. I’m not up for this.

When I wake up from some situations where I “float” from negative to apathetic thoughts, from a “I’m not good at it” to a “I don’t wanna do it” and I reconsider my actions, I would punch myself.

I’m super sure that happens to you too.

The more you are demanding with yourself, the more you are aware, the more you have critical sense, and more you will feel this sense of surrender.

What to do?

Look around you. Observe. Start seeing the reality. You don’t live in a world where the good one do something and the bad one are on stand-by. It’s not like that. In this world, only two kind of people do something: the dull and careless one and the brave one. The dull one are those who never care, they don’t feel the pressure, they do not submit to self criticism, but they often are not “good” at all and yet they keep going on. The brave one are those who struggle the most to decide to fight, to be in the game, to challenge themselves, and have incessant second thoughts and crisis; for them it will never be easy, but they don’t give up, they don’t want to leave themselves out.

The brave one isn’t born strong and resolute, otherwise he shouldn’t need no courage, don’t you think? The brave one is what you can be, by taking a big breath and deciding to get back in game.

And keep making that decision every single time, even every day.

(Traduzione a cura di Chiara Sciacca)
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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)