Il tuo grado di inadeguatezza non soddisfa lo standard

Oggi ho deciso di parlarvi di una questione che potrà, a primo acchito, apparirvi marginale. Eppure nessuna condizione è marginale, per chi la vive. A sedici anni morivamo d’amore e ci sentivamo dire dai ‘grandi’ che non avevamo ancora visto nulla… eppure, per noi, quel sentimento era quanto di più doloroso avessimo mai provato. Tenendo sempre a mente questo concetto, dunque, procediamo: oggi vi parlo di quello che amo definire il limbo. Si tratta di un concetto applicabile a tante situazioni ma, nello specifico, mi riferisco ad un limbo… ponderale.

Detto in parole povere, mi riferisco a quando sei tagliata fuori sia dalla categoria dei grassi sia da quella dei magri perché, a detta di chi ne è dentro, non ne soddisfi i requisiti. Una cosa terribile da vivere, specie in adolescenza… perché, non so se ne siete al corrente, esiste una filosofia precisa per ognuna di queste categorie.

La filosofia del magro
Secondo il magro, il grasso non è altro che un soggetto privo di disciplina e amor proprio; non può esistere altro motivo, per il suo essere grasso, se non l’essere ingordo e senza freni e non pensare altro che a mangiare e poltrire, poltrire e mangiare, senza alcun rispetto di sé o degli altri. Per il magro, chiunque sconfini e sia fuori forma, sia che abbia 5 kg in più sia che ne abbia 50, è un grasso.

La filosofia del grasso
Secondo il grasso, il magro è prima di tutto un superficiale; non si interessa alla sostanza delle cose, solo alla loro estetica, ed è un narcisista incapace sia di amare che di formulare riflessioni profonde, oltre ad essere egoista e cattivo col prossimo. Per il grasso, se non hai superato una certa soglia di peso, sei ‘ancora’ magro.

Nonostante io sia cresciuta in un periodo storico in cui il range di taglie dei negozi non specializzati raggiungeva a stento la taglia 46 (adesso si è esteso alla 48) e fossi costantemente costretta a indossare abbigliamento hip hop unisex non meglio identificato o addirittura maschile, peggiorando la mia già precaria situazione psicologica, la mia candidatura al club dei grassi non è mai stata accettata e, anzi, i membri mi hanno sempre guardata con una certa diffidenza. Quanto al club dei magri, beh… di tanto in tanto ho messo un piede dentro, ammetto che si sono mostrati più disponibili, salvo poi eleggermi a mascotte o caso umano da proteggere. Poverina. Ti vogliamo bene anche così. Però alla festa di Giulio non puoi venire, poi ti raccontiamo noi.

Rifiutata anche dal club dei poveracci (la mia era una famiglia di imprenditori e si narravano storie di me che facevo il bagno nelle monete come Paperone) e da quello dei blasonati (imprenditori, sì, ma mica nobili), poi messa al bando dal club dei nativi – perché residente a 3 km dall’ingresso del paese – e da quello dei forestieri perché non sufficientemente lontana per giustificare una scelta del genere e, infine, cacciata dal club ‘mamme amiche’ perché mia madre lavorava troppo e non aveva tempo e dal club di ‘quelli-che-vivono-coi-nonni-perché-non-hanno-i-genitori-o-i-genitori-vivono-altrove’ perché… beh, i genitori li avevo, ho deciso di smettere di proporre candidature e fondare il mio club personale: il club di quelli che non vuole nessuno manco a prezzo di saldo e con la spedizione in omaggio.

Dove voglio andare a parare, con questa storia tragicomica e – a tratti – strappapugni (ché le lacrime mi sembrano eccessive)?
Semplicemente credo che questa strana concomitanza di eventi e di rimbalzi, questa esclusione perenne, per quanto all’epoca mi sembrasse ingiusta e dolorosa, abbia fatto sì che sviluppassi una serie di caratteristiche importantissime e, ahimè, ancora oggi molto sottovalutate: l’autonomia di pensiero e la capacità di attribuire un valore alla diversità. In realtà penso che ognuno di noi sia diverso da ogni altro, e che nessun membro di nessun club possa ritenersi in tutto e per tutto identico al suo collega o vicino più prossimo; tuttavia, quando sei inserito in questo o quel contesto sei portato a pensare di dover rispettare regole e parametri imposti, e ti castri costantemente, soprattutto per paura di perdere il tuo status. Questo meccanismo si radica proprio durante l’infanzia e l’adolescenza – no, non ho studiato né psicologica né pedagogia e quindi sì, le mie sono considerazioni personalissime – e, per quanto possa apparire ridicolo, vi assicuro che rimane lì pure durante l’età adulta: è molto, molto difficile cambiare modo di pensare fino a quel punto. Non impossibile, eh, ho detto difficile. Paradossalmente, se non hai nessuno status da perdere, non hai nessun motivo per omettere un pensiero, modificarne l’esposizione o – semplicemente – edulcorarlo.

Adesso mi rivolgo a te che stai leggendo: sono sicura, qualunque sia il club di cui fai parte, che anche tu hai omesso riflessioni/pensieri/sensazioni per paura che uscissero dal coro. Il coro dei magri, il coro dei grassi, il coro dei separati, il coro dei felicemente sposati, il coro degli intellettuali, il coro dei salutisti… ebbene, amico mio, io penso che sia un circolo vizioso. E voglio spiegarti perché: se ognuno di noi non avesse mai paura di essere ‘diverso’, se ognuno di noi dicesse sempre quello che pensa senza il timore di ritrovarsi escluso da questo o quello, l’esclusione e la diversità neanche esisterebbero. Ci troveremmo di fronte ad una sterminata varietà di pensieri, attitudini, azioni, modi di vivere… e sarebbe assolutamente impossibile additare questo o quell’altro soggetto come ‘voci fuori dal coro’. Quale coro?

Quanti danni ha già fatto questa tendenza a creare insiemi, sottoinsiemi, etichette? Quanto bene potrebbe fare accettare una verità che non è la mia verità ma una verità universale, e cioè che non esistono – né qui né altrove – due individui identici? Io non sono grassa, io non sono magra, io non sono una taglia, io non sono una città e non sono un orientamento sessuale. Io sono solo io.

E vorrei vivere in un mondo diverso da questo, in cui persino l’inadeguatezza e il disagio devono superare il controllo qualità.

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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)