La trappola della legittimazione

Ultimamente mi trovo a vivere uno stato d’animo difficile.
Ne ho vissute, di cose tristi e più concrete, nella mia vita (e purtroppo mi trovo a viverle tutt’ora, in un modo o nell’altro), per cui non voglio certo dire che uno stato d’animo possa piazzarsi in cima ai motivi di dolore, rabbia o paura di tutta una vita. Certamente no. In cima ci sono sempre i lutti inaspettati che ti porti dentro per sempre, le separazioni forzate, l’impotenza di fronte al dolore degli altri e una serie di cose, mi rendo conto, terribili da elencare – ma stamattina mi sono svegliata con la voglia di non mettere filtri, e la verità è questa.

Tuttavia mi trovo comunque, al di là di situazioni oggettive, a vivere questo stato d’animo difficile e scomodo, che non dipende da eventi vari o fattori esterni, ma solo da me e dal mio modo di affrontare aspirazioni e desideri. Ho trentadue anni, non sono più un’adolescente, eppure vivo ancora alcuni conflitti che – credo – dovrei aver già superato almeno da qualche anno. Conflitti tra chi sono e chi vorrei essere, tra cosa faccio e cosa vorrei fare.

E allora, provando a mettere a fuoco quegli ostacoli che io stessa pongo sul mio percorso, sono arrivata a riconoscere uno schema, un atteggiamento che condiziona e limita ogni mio passo e che ho deciso di chiamare così: la trappola della legittimazione.

Al di là delle parole ridondanti e delle scelte stilistiche opinabili, il meccanismo è semplice: si tratta di non mettersi mai in gioco, con la scusa di non essere legittimati a farlo perché, sotto sotto, in deficit di qualcosa (spesso di non pertinente). Esempio: oh sì, mi piacerebbe fare delle battute ed essere simpatica. Ma nessuno me lo ha chiesto, e io non sono l’intrattenitrice. Io sono quella grassa e cupa. Questo genere di ragionamento, totalmente privo di nesso e di senso, trova facilmente spazio nella mente di una quattordicenne (non ci vuole grande sforzo di fantasia per immaginarlo). Ma il problema vero è quando non scompare in età adulta ma piuttosto si adatta ai nuovi contesti e alle nuove paure, come nel mio caso.

Negli anni sono passata, senza fare una piega, dall’applicare questo principio alle relazioni interpersonali all’estenderlo alle aspirazioni e alle possibilità lavorative.
Vorrei accettare questo compito, sì, ma non è il mio campo / Vorrei fare queste cose, ma nessuno se le aspetta da me / Mi piacerebbe mostrare questa capacità, ma non c’entra niente con quello che ho fatto fino ad ora… e, prima o poi, arriva sempre il famigerato chissà cosa penserebbe la gente. Di tutte le cose che passano per la mia testa, quest’ultimo pensiero è quello che mi infastidisce di più e mi fa rabbia. Praticamente passo la vita incitando gli altri a pensare a sé e non curarsi di cosa possa pensare o dire questa fantomatica ‘gente’: quanto bisogna essere ipocriti e/o stupidi per predicare bene e poi, saltuariamente, razzolare così male?

Se di solito provo ad elargire consigli sulla base di un ‘ci sono passata anch’io’, questa volta ho bisogno di farlo sulla base di un ‘è lo stesso per me, ogni giorno’. Ed ecco quello che farò e che propongo di fare anche a te: uscire allo scoperto.

Il mio grosso punto interrogativo? La cosa che vorrei dichiarare ma ho paura scateni il pubblico ludibrio? Vorrei fare intrattenimento. Cantare. Recitare.
Cosa mi frena? La paura di non essere capace, chiaramente, unita al fatto di andare completamente fuori tema rispetto a tutti i percorsi intrapresi fino ad ora (la grafica, il social media management, il blog, la motivazione).
Cosa penso di fare a questo proposito, onde evitare di continuare a tormentarmi tutta la vita a suon di ‘come vorrei essere al suo posto’ ogni volta che mi imbatto in qualcuno che fa quello che vorrei fare anch’io e non fare nulla per cambiare la situazione (invecchiando nel frattempo)? Beh… sto facendo questo. Lo sto dicendo. Mi sto esponendo. E nel frattempo sto prendendo lezioni (di canto, per adesso, ed è già un grosso passo avanti rispetto al nulla).
La vera sorpresa? Fare qualcosa, qualunque cosa, mi regala già un pizzico di pace mentale. Uscire allo scoperto, poi, cosa che fino ad ora ho fatto solo con un numero molto limitato di persone, mi fa sentire come se mi fossi portata dietro una palla al piede di 50 kg e, ad ogni nuova ‘confessione’, questi chili diminuissero e il mio corpo mi dicesse ‘grazie, ti sono debitore’.
Qual è il consiglio, quindi? Da recidiva del complesso, da colpevole, ti dico: basta scuse. Basta trappole. Qualunque cosa tu voglia fare della tua vita, qualunque cosa ti dia brividi e – anche – un minimo di pace quando ne stai anche solo parlando, quando stai sognando, è già LA TUA COSA. Anche se non l’hai messa in tavola prima, anche se devia totalmente dal percorso e pensi che destabilizzerebbe tutti, anche se non ti senti legittimata. La legittimazione non esiste. La legittimazione te la crei da solo. Come mi ha detto qualche giorno fa la mia amica Arianna: se sei, fai. Non il contrario.

Un abbraccio fortissimo.

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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)

  • Veronica

    Sempre combattere per ottenere quello che si desidera e mai demoralizzarsi! Grazie delle tue belle parole.

  • Intercity P

    da una studentessa di medicina che sta imparando a cantare e suonare il piano: grazie! delle volte mi sento ridicola, mi vergogno di suonare il pianoforte in casa perché ho paura che gli altri pensino che sto “perdendo tempo in cose superflue” o che sia una delle mie stranezze passeggere. questo articolo ci voleva proprio 🙂

  • Serena

    Giorgia, grazie.
    Da ventiseienne piena di sogni che si sta buttando nel mondo del lavoro, mi rispecchio in ognuna delle parole che hai scritto. Dovrei stamparmi questo post e attaccarlo davanti al letto. Grazie davvero.

  • Alessandra Papa

    I bastoni tra le ruote peggiori, spesso, ce li mettiamo da soli. Ho passato una vita ad evitare di mettermi in gioco perchè da sempre mi sono sentita dire che non ce la potevo fare, che non ero capace, non ero all’altezza della situazione. Ho passato molto tempo all’ombra degli altri per paura di un giudizio, che mai peggiore sarebbe stato del mio. Ed ora? Ora che ho quasi 34 anni ed ho fatto pace coi miei incubi ed ho accettato i miei limiti, solo ora mi metto in gioco. Ho avuto il coraggio di fare un salto nel vuoto, ho chiuso una relazione e ne ho legittimata un’altra, sono andata a convivere e tra due settimane vado per la prima volta a sciare! 🙂
    Un abbraccio, ti seguo sempre

  • Ilaria

    bellissime parole.
    mi hanno fatto molto riflettere.

    http://www.nonsidicepiacere.it

  • Ena

    Io a questo giro non sono molto d’accordo.
    Credo che un conto sia autolimitarsi un conto sia invece ‘proteggersi’.Imparare che ‘non si può far tutto’ è, secondo me, un buon punto di partenza, non certo un punto di arrivo.
    Con questo non sto dicendo che non si debba dedicarsi alle proprie passioni, ma che tenere conto delle proprie reali inclinazioni o della possibilità reale di realizzare quello che vorremmo sia cosa buona e giusta.

  • Laura

    Molto, molto, molto bello!

  • xxx

    grazie
    (io ho55 anni)