Non siamo tutti uguali. Azioni, reazioni, stimoli.

Negli ultimi giorni si è molto discusso di orgoglio curvy, per riassumervi l’intero dibattito dovrei scrivere mezzo libro, e non arriverei mai alla questione di cui vorrei parlare oggi.
Per questo motivo, preferisco limitarmi a riassumere brevemente e segnalarvi (in ordine cronologico) tutti gli articoli e le relative discussioni. E, se avete voglia, potete leggere e approfondire.

I fatti sono questi:
L’8 Novembre, a Bologna, si è tenuta la seconda edizione del Curvy Pride. Iniziativa che, come mi auguro sappiate già, sostengo al 100%.
Successivamente, viene pubblicato questo articolo su Vanity Fair: ‘Perché diciamo sì all’orgoglio curvy (fin dall’asilo)’. Articolo che, diciamoci la verità, non approfondisce nessun argomento e suona vagamente paraculo, per quanto OVVIAMENTE mi faccia piacere il fatto che l’iniziativa venga citata sul sito di una testata così nota. Non tarda ad arrivare una risposta da You-ng.it. Risposta che, dal titolo, sembra parecchio feroce: ‘Perché diciamo assolutamente no alla follia dell’orgoglio curvy’. Quest’ultimo articolo mi viene segnalato come una vergogna, un articolo pieno di odio e che incita all’odio. Al che, come sono abituata a fare, lo leggo con attenzione. Non vedo odio, solo un punto di vista diverso, che non mi pare neanche così strampalato e, se non altro, viene approfondito. Insomma, chi l’ha scritto si sentiva motivato, non ha buttato lì tre righe in croce per assecondare una tendenza, right? Bene. Mi esprimo sull’accaduto (ecco il link al post facebook, in caso non riusciste a vederlo qui sotto) formulando questo pensiero:

Segue, come potete vedere coi vostri occhi, una lunga serie di commenti e di osservazioni.
Tra tutti i commenti, quello che mi spinge a scrivere l’articolo di oggi è questo:

Forse il mio punto di vista non è molto condivisibile in quanto di parte e in quanto “palestra addicted”, pero io penso che la storia dell accettazione è una cazzata, io vado avanti per la mia non accettazione di me, è questo che mi sprona a farmi in quattro, in dieci e in mille per migliorarmi, ci sono dei sacrifici da fare, economici, alimentari, tempo che potresti usare altrimenti, dipende solo quanto sei disposto ad investire, se ti importa davvero quale che sia la ragione lo fai altrimenti rinunci e fai i conti con la famosa accettazione, il resto sono cazzate e scuse dietro al quale ci si ripara per far fronte agli insuccessi e/o trascuratezze (Michele Ottaviani)

Vorrei chiarire alcune mie riflessioni (condivisibili o meno non lo so, sta a voi):

La storia dell’accettazione è una cazzata?
No, non lo è. No, non è sbagliato amarsi. Quando prendi 20, 30, 50 kg (escludendo, nel caso specifico, disfunzioni) hai evidentemente un problema: hai perso il controllo, non stai più dirigendo la tua vita, molto probabilmente ti odi.

Come si risolve, un problema del genere?
Prima di tutto riconoscendo di averlo. Secondariamente, bisogna interrompere il circolo vizioso dei ‘non sono capace’, ‘non ce la faccio’, ‘faccio schifo’, ‘sono un rifiuto umano’.

Come?
Perdonandosi. Accettando quello che si è, che è il risultato di quello che si è stati fino a quel momento, fino alla presa di coscienza.

L’accettazione è dannosa? L’autoindulgenza autorizza a continuare a distruggerti perché ‘tanto va bene’?
Col piffero. Non è così, non è affatto così. Se si sta pericolosamente viaggiando contro la totale autodistruzione, è chiaro che si debba fare qualcosa per cambiare rotta. Ma davvero credete che autoflagellarsi e detestarsi sia il metodo per rimettere tutto in ordine? Forse qualcuno riesce. Sicuramente ci sono dei soggetti che, dopo aver per un periodo più o meno lungo trascurato uno o più aspetti della propria vita, si svegliano una mattina e decidono che così non va bene, e che devono porre rimedio. E si mettono sotto, una sola volta, con successo. Forse, per quei soggetti, sentirsi rivolgere frasi come ‘sei diventato un panzone! Quando ti metti a dieta?’ o ‘Ma come hai fatto a ridurti così?’, funge da ulteriore stimolo. Forse gli fa addirittura bene. Non lo escludo. Ma non è sempre così.
Quanto al fatto che ‘perdonarsi’ significhi non fare niente per migliorarsi, lasciate che vi dica questo: all’autoindulgente cronico non servono né scuse né giustificazioni, e di quanto vi sentiate in diritto o in dovere di segnalargli un difetto se ne frega. Mentre colui che resta schiacciato sotto i vostri giudizi frettolosi e superficiali, colui che riuscite a colpire con le vostre critiche, probabilmente passa già tutto il suo tempo a muoversi, da solo, le stesse identiche critiche (ma ancora più spietate, se possibile. Ancora più pesanti).

Non siamo tutti uguali
Eccoci finalmente al nocciolo della questione. Se esiste una percentuale (secondo me minima, ma lo dico senza alcun dato alla mano) di gente il cui orgoglio è talmente tanto violento e la cui volontà è talmente forte da permettere il raggiungimento di qualsiasi obiettivo, tutto il resto della ‘torta’ è abitato da persone che reagiscono agli stessi stimoli in modo diametralmente opposto.

La mia storia
Mia madre è sempre stata magra, ed è sempre stata fissata col peso. Parlo di una di quelle persone che periodicamente decidono, per mancanza di tempo, di puntare la sveglia un’ora prima e fare in casa esercizi presi da libri o videocassette come ‘ventre piatto in quattro settimane’, ‘allenati con Cindy’, ’20 minuti al giorno e la ciccia scappa via impaurita’. Una di quelle persone che se prendono UN CHILOGRAMMO inscenano pantomime incredibili, a colpi di ‘sono orrenda’, ‘è finita’, ‘faccio schifo’, ‘non tornerò mai più com’ero’. Chiedo scusa a mamma per queste indiscrezioni, ma è la pura verità, o almeno lo era.
Mio padre è sempre stato magro, ed è sempre stato uno di quegli uomini per cui è impossibile trovare credibili altri esseri umani se questi non sono di ‘bella presenza’.
Io non sono più riuscita a essere magra da… boh, dagli 8-9 anni in poi. Mai.
Quelle frasi e quei discorsi che per mia madre fungevano da sprone, su di me si rivelavano fatali: uscite come ‘amore di mamma, saresti così bella se dimagrissi!’, per me, si traducevano in ‘mi vergogno di te, finché non dimagrirai sarai uno scarto, qualunque cosa tu sia in grado di fare è oscurata dal fatto, ben più importante, che tu sia grassa’, col risultato che ero depressa, spenta, triste, niente attirava la mia attenzione, niente mi stimolava e, visto che peggio di così non poteva andare, mi sparavo altri due-tre paninozzi col salame e continuavo a lievitare.

Ogni tanto, in un lampo di genio (casi isolati), pensavo che se mi fossi dedicata ad altri aspetti della vita – per sentirmi brava in qualcosa e, contemporaneamente, tenermi lontana dal cibo – avrei potuto dimenticarmi del mio ‘problema’ e risolverlo in un secondo momento, dopo aver acquisito maggiore forza. Ma durava poco, perché – chiedo di nuovo scusa ma è così – alla minima crisi relativa a un qualsiasi argomento extra-cibo (‘non capisco la matematica’, ‘la mia amica mi ha detto che sono bugiarda’, ‘mi annoio terribilmente, vorrei uscire di casa’), la mamma finiva puntualmente col ricondurmi allo stesso punto, dicendo qualcosa come: ‘perché non dimagrisci? Se dimagrissi sarebbe tutto più facile. Questo, quest’altro e anche quest’altro ancora!’.

Mia madre è il demonio? No, mia madre – seppure indubbiamente ossessionata dall’estetica – ha applicato a me quelle ‘strategie’ che, con lei, avevano sempre funzionato. Il suo era un tentativo di essermi d’aiuto.

Se quella tattica era fallimentare, quale tattica è vincente?
Nel mio caso, paradossalmente, spostare l’attenzione dal cibo e dalla dieta a qualsiasi altro argomento esistente, funzionava. Sentirmi al pari di tutti gli altri (cosa che, peraltro, dovrebbe essere la norma) funzionava. Così come funzionò trovare un fidanzato innamorato che non avesse niente da ridire sui miei rotoli, così come funzionò avere delle amiche che non sentivano il bisogno di ‘salvarmi’. Ogni volta che nessuno ne parlava, ogni volta che nella mia vita regnava la normalità, mi rasserenavo. E, miracolosamente, perdevo peso senza neanche fare grandi sforzi. E addirittura cominciavo a diventare vagamente vanitosa, curarmi, rispettarmi. Ma non era mai definitivo, ero fragile, e a spezzare quell’equilibrio apparente bastava una frase sbagliata al momento sbagliato, un litigio col fidanzato, un momento difficile. Perché quella condizione di ritrovato amor proprio diventasse la normalità ci sono voluti decenni.

Il punto è, però, che non si può e non si deve MAI dare per scontato che tutti rispondano allo stesso genere di stimoli. Che alla stessa azione corrisponda sempre la stessa reazione.
Non è così. Ed è per questo che parlare di accettazione, difendere l’eterogeneità della bellezza, lottare contro stereotipi inavvicinabili (e rigidi, al millesimo) e anche, sì, andarsene in giro per Bologna con una t-shirt rosa e un grande sorriso sono azioni importanti. Ecco perché bisogna fare squadra.

Perché, probabilmente, se avessi trovato il mio posto nel mondo e fraternizzato con chi si sentiva come me quando ero adolescente, sarei arrivata alle stesse conclusioni molto più in fretta e avrei cominciato a volermi bene molto prima.

Il primo, indispensabile presupposto per prendersi cura di qualcosa o qualcuno è tenerci, volergli bene.
Cosa c’è di così difficile da comprendere?

In ultimo, vorrei segnalarvi anche il punto di vista di Federica di Perna, riassunto in questo articolo sul suo blog.

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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)