Storie di aspettative, qualità inibite e occasioni perdute

Storie di aspettative, qualità inibite e occasioni perdute

Oggi è il giorno che ho deciso di dedicare, come potete vedere anche sul calendario, alla motivazione.
Di questioni da discutere in questa sede ce ne sono fin troppe, e mettere in ordine le idee per decidere da dove partire ha richiesto non pochi sforzi perché, come sempre, avere troppo da dire è come non avere niente da dire, ne viene fuori solo una gran confusione. Nonostante questo, un argomento si è fatto strada a pugni e calci. Forse perché è un problema ricorrente in questa fase della mia vita e sto, io stessa, allenandomi per risolverlo (o almeno limitare i danni).

Penso sia capitato a tutti di pensare di essere in grado di fare una cosa. O, ancora meglio, saperla fare con certezza, essersi allenati per anni nell’intimo della propria casa e sotto sotto, non discuteremo in questa sede di umiltà e modestia, pensare ‘se solo avessi l’occasione di mostrare la mia dote al prossimo… ah, che bello sarebbe’. Quale che sia la ‘portata’ di questa presunta qualità, che si tratti di avere metodi di pulizia più efficaci di quelli che la mamma e la suocera avrebbero voluto imporci, per dire una cabbipperata, o di immaginarsi come la nuova Liza Minelli, tutti – prima o poi – pensiamo di essere bravi a fare qualcosa, o ci mettiamo intimamente in competizione con chi la fa già (‘…ma potrebbe farla meglio’).

Non sono qui per discutere se sia giusto o meno provare questi sentimenti, non sono qui a fare la morale, non credo neanche che la differenza la faccia pensare o non pensare certe cose. La differenza la fa come si decida di reagire a questi input. Sono dell’idea che più che passare la vita a chiedersi perché a qualcuno sia concesso ottenere dei risultati, sia più produttivo chiedersi perché non succeda a noi. Nello specifico, chiedersi dov’è che sbagliamo.

Non credo che addurre motivazioni come ‘Giulia è senz’altro raccomandata’ o ‘Francesca ha avuto una botta di culo’ e delizie del genere abbia granché senso.
Trovo che spesso ci si trovi in presenza di un equivoco di fondo: siamo noi a non aver capito come utilizzare la nostra dote, ammesso che ci sia, non è una responsabilità da imputare a Giulia, Francesca o ai loro datori di lavoro o al primo poveretto che passa e ci serve da capro espiatorio.

Ogni lasciata è persa
Nonostante le premesse, nonostante la spavalderia da leoni di cui ci autoinvestiamo quando ci proclamiamo (a nostro insindacabile giudizio) migliori di qualcuno, può darsi che – al dunque – ci dimostriamo dei conigli (ed ecco che arriva il nocciolo della questione, quello che mi tocca davvero nell’intimo).

Se quando si presenta l’occasione ci tremano un numero imprecisato di parti del corpo, dagli arti alle corde vocali, e rimaniamo inebetiti… beh, direi che abbiamo individuato il vero problema.

Se abbiamo sempre pensato di essere nati per il palcoscenico e, a cena con amici, quando tocca a noi prendere la parola ci ritroviamo a balbettare frasi sconnesse e incomprensibili condite da ‘ehmmm… ecco… io… eeee… hmmmm…’, se pensiamo che la differenza tra noi e Briatore consista nel portafogli ma, quando ci viene affidato un compito, rispondiamo ‘non ce la faccio’, direi che possiamo tranquillamente scordarci il CARPE DIEM e optare per il TROTE GNAM.

E allora, forse, le nostre risorse andrebbero investite in qualcosa di utile, come provare a superare quell’ostacolo, decidere di buttarci nella mischia e smettere di essere contemporaneamente i nostri più grandi fan e i nostri critici più spietati. Perché, per quanto possa sembrare paradossale, è proprio l’autocritica unita alla paura a rovinarci la festa.
Nella teoria e nelle fantasie tutto è semplice, mentre la pratica ci riporta violentemente con i piedi per terra: è in quella frazione di secondo precedente la battuta, la ‘dimostrazione’, che ci rendiamo magicamente conto che è tutto reale e tangibile, e ci domandiamo (finalmente) se saremo all’altezza delle aspettative. Quelle degli altri e anche le nostre. E lì scatta la tragedia, lì si azzera la salivazione, lì si autoattiva la funzione vibrazione dai fianchi in giù. Ma la verità è che quel pensiero, se ha per reazione l’inibizione, è un pensiero di troppo. Pensiamo troppo. Sarebbe stato meglio ricevere il dono della lobotomizzazione istantanea (a comando e, soprattutto, reversibile).

Come risolvere questo problema?
Innanzitutto, se state leggendo con attenzione perché vi sentite chiamati in causa, voglio darvi una bella notizia: non siete quei palloni gonfiati che a volte temete di essere. Se lo foste, andreste dritti per la vostra strada e quell’illuminazione di un attimo, con relativo panico, non l’avreste mai sperimentata.

Mettersi alla prova è l’unica strada possibile, e che le prime prove si trasformino in una o più figuracce mi pare, se non inevitabile, decisamente probabile. E allora? Cosa succederà? Forse non siamo il nuovo Briatore né la nuova Minelli. Forse no. Forse, però, ce la caviamo. Forse, chi può dirlo, siamo anche meglio. Il punto è che non esiste modo di saperlo in anticipo, né certezza del risultato. Prima ci si butta, poi si tira la leva e si spera che il paracadute si apra.

L’aspetto positivo, però, è che se il paracadute non si apre non succede un bel niente: non ne va della nostra incolumità. L’unica cosa che possa realmente nuocere alla nostra esistenza è rimanere lì, nel mezzo, a chiederci ‘come andrebbe se…’ in preda alla frustrazione.

Anche perché, diciamocelo, il ‘come andrebbe se…’ si trasforma in un ‘come sarebbe andata se…’ in men che non si dica. Non siamo eterni.

Quindi, adesso, smettetela di pensare ‘ma chi si crede di essere, questa, che il venerdì scrive i sermoni? Ah, se scrivessi io…’ e fatemi vedere chi comanda!

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Giorgia Marino

Curvy blogger italiana, graphic designer, social manager, copywriter... e tante altre cose (piuttosto noiose) che vi risparmio volentieri. Mi piace fare di tutto e, come tutte le persone eclettiche, ho il sospetto di non eccellere in niente :)